di Maurizio Isabella
Signor Sindaco, Autorità civili, militari e religiose, cari rappresentanti dell'ANPI e dei sindacati, cittadine e cittadini, grazie per questo invito a parlare oggi, invito che sento come un onore ed una responsabilità speciale. Dopo ben 81anni celebriamo oggi il 25 Aprile 1945, giorno in cui il Comitato di Liberazione Alta Italia dichiarò l’insurrezione generale e le forze partigiane assunsero il controllo del nord Italia, in un momento storico molto delicato.
Innanzi tutto perchè inevitabilmente i testimoni degli eventi che portarono alla fine della guerra stanno scomparendo. Di tutte quelle donne e quegli uomini che hanno combattuto per la nostra libertà, che hanno poi partecipato alle celebrazioni del 25 aprile nei decenni successivi durante dopo guerra, o che le hanno evitate per pudore o timore della retorica, sono rimasti oggi poche decine in tutta Italia. La loro testimonianza, se non è stata raccolta, inevitabilmente scomparirà per sempre. Il ricordo per sua natura purtroppo è destinato a sfumare, sgretolarsi, confondersi e svanire.
In secondo luogo perchè in questi ultimi anni abbiamo assistito alla trasformazione di questa ricorrenza in una generica celebrazione della democrazia e della fine della guerra, secondo una narrazione pubblica che ha sistematicamente dimenticato, o piuttosto direi espunto scientemente i protagonisti da questi eventi. A ottantun anni dal 25 aprile 1945 è quindi diventato ancor piú urgente riaffermare, secondo le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ‘il dovere morale e civile della memoria’.
Intanto per ricordare che il contributo popolare alla liberazione dal nazifascismo non fu un evento solamente locale o nazionale, ma europeo. La resistenza insomma fu un fenomeno che possiamor ritrovare in tutta l’Europa occidentale, ed in alcuni casi in proporzione anche maggiore che in Italia.
Allora è legittimo domandarci cosa ci fu di speciale o peculiare del caso italiano, ed anche della esperienza delle donne e degli uomini di questa nostra città, dei paesi vicini, e delle nostre valli.
Per prima cosa mi pare importante sottolineare come il rifiuto del nazifascismo fu vissuto come recupero della memoria storica dell’Italia come storia di libertà. Per questo i protagonisti della resistenza italiana si rappresentarono come animatori di un secondo Risorgimento, una seconda lotta per la emancipazione nazionale. Non stupisce allora di trovarne un eco anche nelle nostre valli.
La prima formazione nata dalla disintegrazione dell’esercito dopo l’otto settembre a partire dal presidio di Porto Valtravaglia e presto trasferitasi al Monte san Martino, capeggiata dal Colonnello Carlo Croce, venne significamente chiamato ‘5 Giornate’. Era questo un tributo all’insurrezione popolare contro gli austriaci avvenuta a Milano quasi un secolo prima, nel mille ottocento quarantotto. I Nazisti nel millenovecentoquarantatre erano i nuovi austrici.
Ma in questa riappriopriazione della memoria risorgimentale non vi era nessuna traccia dell’odio per lo straniero, ossia di quella xenofobia che invece era parte essenziale del nazionalismo fascista. Non solo perchè di questo primo raggruppamento militare a san Martino facevano parte anche militari di origine francese, inglese, russa, sudafricana, americana. Ma soprattutto perchè i resistenti avevano bene in mente la distinzione tra un popolo, quello tedesco, ed il loro regime, quello nazista. Non stupisce dunque di ritrovare testimonianza di questa distinzione tra i partigiani catturati dai nazisti e mandati al patibolo in quei mesi in Piemonte, le cui ultime parole prima della loro esecuzione furono: viva l’Italia e la Germania libera.
La seconda peculiarita’ del caso italiano derivava dalla lunghezza eccezionale del regime fascista. Altri paesi europei infatti subirono una occupazione o la creazione di regimi colaborazionisti nazisti più lunghi di quella del nord Italia. Basti pensare ai cinque anni del regime di Pétain in Francia, a quello danese, ed alle lunghe occupazioni di Belgio, Olanda, Norvegia e Danimarca. Ma nessun paese dell’europa occidentale sperimentò un regime fascista tanto lungo quanto il ventennio italiano. Nel mille novecento quaranta tre Hitler era al governo da dieci anni. In Grecia la dittatura di Metaxas era durata dal mille novecento trentasei fino al quarantuno, cinque anni in tutto, in Spagna la dittatura di primo de Rivera otto anni prima di quella di Franco, in Portogallo dal 1926.
Quello che ci colpisce del gruppo dei 12 partigiani trucidati alla Gera nell’ottobre 1944, è innanzi tutto la loro età: due diciottenni, tre ventenni, e quattroventitreenni, tutti nati quando Mussolini era già al potere. Altri tre erano ancora bambini quando Mussolini organizzò la marcia su Roma. Tutti erano andati a scuola ed erano diventati adulti sotto il regime. Rivoltarsi contro un regime che durava da così tanti anni non era facile, perchè la sua lunghezza aveva garantito la nascita di intere generazioni di italiani che non avevano conosciuto e sperimentato nessun altro regime politico che la dittatura fascista.
il culto pubblico del capo assoluto a cui si doveva una cieca obbedienza
un idea di società gerarchica, autoritaria, e basata sulla rinuncia delle libertà individuali
la celebrazione della donna solo come madre di futuri militi destinati a sacrificarsi per il fascismo
l’identificazione della patria col fascismo
Non possiamo che rimanere ammirati dal coraggio e dalle capacità di chi partecipò nelle nostre terre all’organizzazione ed al supporto di una straordinaria rete di sostegno.
In questo impegno quotidiano di cittadinanza che è il fondamento di ogni vita democratica credo si possa cogliere il significato più profondo della resistenza.
‘[La resistenza] Fu l’affermazione di una consapevole volonta’ di rinascita...’
La Stampa, 25 aprile 1947
Sotto questo aspetto, la lotta di liberazione continua.