Anpi Luino

Commemorazione di Don Piero Folli – Domenica 8 Marzo 2026

Negli anni ho letto ed ascoltato racconti e testimonianze su don Folli e la sua vita.

Questa settimana, dovendo preparare il mio intervento, ho riletto alcuni di questi e me lo sono immaginato: quest’uomo con la tonaca, che non riusciva a stare fermo, né con il corpo, né con la mente; un vulcano di idee, un’anima in cui ardeva un instancabile desiderio di giustizia, l’amore e la passione per gli altri, soprattutto per i più deboli. Perché don Piero Folli non era una di quelle persone che stanno a guardare, che stanno al loro posto accontentandosi di non far male a nessuno. Don Folli era un prete che sicuramente vedeva il corpo di Cristo nell’ostia che alzava durante la messa, ma allo stesso tempo vedeva Cristo nelle persone che incontrava nella sua vita.

Impegno sociale e comunitario

Gli operai protestavano e scioperavano per le loro gravi condizioni economiche e sociali? Don Folli era con loro.

Nella sua comunità c’erano famiglie povere? Don Folli crea un’opportunità di lavoro facendo nascere uno stabilimento per la riparazione delle divise militari.

Arriva in un paese dove incontra tanti giovani? Allora crea per loro occasioni per stare insieme come a Voldomino dove fonda una squadra di ginnastica.

Sempre qui, a Voldomino, fonda la filodrammatica, la biblioteca, la scuola del lavoro.

Ha espresso il suo impegno sociale scrivendo per alcuni giornali, organizzando scuole di taglio e cucito, conferenze agrarie e chissà quante altre attività, che non ricordo, ha svolto nella sua vita.

Opposizione al fascismo e coraggio

La sua fede e il desiderio di giustizia lo portano inevitabilmente ad opporsi al fascismo e alle prevaricazioni dei fascisti; ho letto di un episodio, avvenuto a Voldomino nel 1923: invitato dalle autorità fasciste all’inaugurazione della fermata del tram, disse “la religione non può essere sgabello alla politica” e se andò, insieme ai parrocchiani. Perché don Piero Folli era un uomo con la schiena dritta.

Poi arrivano le leggi razziali, la persecuzione degli ebrei, la seconda guerra mondiale, la lotta partigiana: e cosa pensate abbia fatto uno come don Folli? Semplice: si è schierato dalla parte giusta.

Ha collaborato con i partigiani del San Martino e ha aiutato perseguitati politici ed ebrei, dando loro un rifugio per poi contribuire alla loro fuga in Svizzera; un’attività che nel dicembre del ’43 gli costa cara, quando fascisti e tedeschi entrano in casa sua, trovandovi alcuni ebrei. Lo legano ad un’inferriata, lo insultano, gli sputano addosso e lo picchiano; vogliono che riveli i nomi di coloro che lo aiutavano a far scappare gli ebrei, ma don Folli non parla, pur sapendo che il silenzio poteva costargli la vita. Viene arrestato e portato al carcere di San Vittore: anche qui viene picchiato, torturato nel tentativo di estorcere i nomi dei suoi collaboratori, ma non ci riescono, don Folli non molla. Uscirà dopo tre mesi, grazie all’intervento del cardinale Schuster, per essere confinato a Cesano Boscone e a Vittuone.

Il ritorno e l’eredità

Finita la guerra torna a Voldomino: quel giorno, per prima cosa, va al cimitero a pregare sulla tomba della madre; ad un certo punto alza lo sguardo e lo punta lì, alla Gera, dove 12 giovani partigiani erano stati catturati dai fascisti per poi essere fucilati: quattro lì, cinque a Brissago e tre alle Bettole di Varese.

Sente il desiderio di rendere onore al sacrificio di quei ragazzi, facendo costruire la cappella che oggi conosciamo; anche in quel momento, dopo tutto quello che aveva subito, il suo cuore ed il suo pensiero erano rivolti al prossimo.

Don Folli ha vissuto, nella maniera più alta e più intensa, l’insegnamento cristiano “amerai il tuo prossimo come te stesso” e ha messo in pratica un altro insegnamento: “nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”.

Sul frontale della cappella della Gera è incisa una frase in latino che tradotta in italiano recita “gli eroi non se ne andranno mai dalla vita”. Ed è per questo che, a distanza di quasi ottant’anni dalla sua morte, oggi siamo qui a ricordarlo, come ogni anno ricordiamo i martiri della Gera e il sacrificio di chi ha lottato per la Liberazione dal nazi-fascismo. Ma questa frase, per me, significa anche un’altra cosa: l’esempio di persone eroiche, come don Folli, devono appiccicarsi alla nostra vita per guidare le nostre scelte e le nostre azioni.

Questo è il modo migliore per rendere testimonianza e onorare la vita di persone come il caro don Piero Folli.

Giuseppe Cutrì, componente del Direttivo ANPI di Luino